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Testimonianza Greta – GrEst 2014

Era il 31 agosto, le sei del mattino: i colori dell’alba a tingere di rosso il cielo di un nuovo giorno; l’abbraccio di mia mamma a dirmi “Bentornata a casa”.
Avevo le treccine ai capelli ed un paio di pantaloni variopinti a tinte forti: credevo mi sarebbero serviti a portare via con me un po’ di Africa.
Ero partita solo poche settimane prime per una meta inaspettata, la valigia carica di entusiasmo e di paure, di dubbi e di interrogativi…

L’Africa… quanti chilometri di distanza, quante ore di viaggio sorvolando l’equatore, paesaggi silenti e desolati… eppure se la vivi davvero l’Africa, se la vivi profondamente, intensamente, ben presto ti accorgi che il Malawi non è un posto geografico, non ha coordinate sulle mappe, né latitudine né longitudine; è un luogo dell’anima l’Africa, si insinua nelle pieghe più profonde, ti sconvolge e ti insegna la vita.
Quante perplessità, quanta inadeguatezza… la prima?? La lingua: come si fa a giocare, a scherzare con dei bambini che per chiederti come ti chiami ti dicono “dzina lako ndi ndani?”; come si fa a spiegare loro che “se ho deciso di venire qui è perché inspiegabilmente, eppure così visceralmente, vi voglio bene”.
Dovevo stare zitta, non potevo parlare: non avevo le parole… che sofferenza i primi giorni e che gioia, poco dopo, scoprire che in realtà non serviva che io dicessi proprio nulla, non c’era bisogno di parole per spiegare quello che faceva battere il cuore all’impazzata… perché bastava solo che io mettessi il piede fuori dal cancello per vedere decine di piccoletti corrermi incontro: mi tenevano la mano, facendo a gara tra di loro, e camminavano con me su quella terra bruciata dal sole, senza che a nessuno sembrasse importare dove stavamo andando… eravamo insieme, ed allora andava bene così; mi fissavano, guardandomi dritto negli occhi, e tutto, nell’aria, profumava di felicità.
Ho dovuto tacere per imparare a parlare davvero; ho dovuto fare silenzio, dentro e fuori di me, per imparare ad ascoltarla quella voce, nel cuore, che mi diceva “tutto quello che avrete fatto ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’avrete fatto a me”… solo ora ti riconosco: eri tu, nudo, malato, affamato d’amore, assetato di giustizia…. ora so riconoscerti; se chiudo gli occhi posso ancora vederti mentre giochi con me, mentre camminiamo insieme, mentre, nel vibrante silenzio di un abbraccio, mi tieni la mano… eri lì, mi aspettavi da sempre, ed io, ora, so di averti incontrato, negli sguardi imbarazzati delle donne al mercato, nei corpi fragili e tenaci che ho tenuto fra le braccia, negli inestricabili intrecci di mani lungo il ciglio della strada…

“Ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.”

Quante contraddizioni l’Africa, ubriachezza di sole e di bellezza, di lividi e dolore… Ho giocato, ho riso ed ho ballato senza sosta, ma nella carne porto i segni di un combattimento; perché l’Africa ha schiaffeggiato il mio orgoglio, ha umiliato la mia superbia, ha preso a calci il mio perbenismo.
Ho sentito gridare il mio nome, tutto stropicciato e smozzicato qua e là, eppure mai, prima di allora, mi era sembrato tanto bello… l’ho sentito canticchiato al ritmo della musica, gridato a squarciagola, bisbigliato sottovoce; lo sento ancora oggi, portato dal vento, quando una brezza leggera accarezza l’ultima lacrima di pioggia sul mio viso.

Sono trascorse in fretta le mie settimane malawiane, istantanee di giornate intense e di notti stellate, di incontri fugaci e di legami profondi, di pomeriggi assolati e di infuocati tramonti. Ma i nomi, i volti, gli sguardi sono impressi nell’anima, come incisi sulla roccia; sarà che il valore delle cose non sta nel tempo in cui esse durano ma nell’intensità con cui vengono vissute: per questo, forse, esistono momenti indimenticabili, cose inspiegabili e persone incomparabili.
Sarà che in ogni istante mi sono impegnata a guardare senza chiedermi niente, perché credo che non ci sia nulla di più meraviglioso che stare davanti, io e le cose, e negli occhi ricevere il mondo… e negli occhi ricevere l’Africa.
Spesso in questi mesi mi sono chiesta che senso avesse: partire, arrivare, innamorarsi dei suoi colori e dei suoi silenzi, inquietarsi davanti al suo dolore ed alla sua fierezza; poi richiudere le valigie e tornare a casa, come se nulla fosse.
Ora lo so, so che l’Africa è l’opportunità di scegliere, alle prime luci di ogni nuovo giorno che il buon Dio vorrà donarmi, chi voglio essere; è la libertà di decidere, ogni giorno, che cosa voglio farne di questa vita mia; è la meraviglia di scoprire che si vive davvero solo se si spalanca il cuore al mondo.
Sarà che l’Africa mi ha travolto, mi ha sconvolta e conquistata, ed io non ho opposto resistenza alcuna… “Ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore… Ti farò mia sposa; sarai mia per sempre.”

Avevo le treccine ai capelli e un paio di pantaloni variopinti a tinte forti: credevo mi sarebbero serviti a portare via con me un po’ di Africa. Non sapevo ancora che era stata l’Africa a portarmi via con sé.

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